Capetoste, come tutto è cominciato

Se vent’anni fa, al termine di una breve esperienza come lavapiatti prima e commis chef poi in un ristorante di Londra, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarei di nuovo occupato di cucina gli avrei sicuramente riso in faccia.

Io sono quello di mezzo, avevo vent’anni e lavoravo come lavapiatti in un ristorante nel centro di Londra

Da quella terribile, quanto formativa, esperienza nel campo della ristorazione scappai infatti dopo soli due mesi giurando a me stesso che non avrei mai più messo piedi nella cucina di un ristorante.

E così è stato almeno fino a cinque anni fa quando, per uno strano scherzo del destino, scopro di essere affetto da uno sconosciuto quanto prepotente interesse per il mondo della gastronomia.

Chi mi conosce sa che oramai il mio “sport” preferito è divorare film, serie tv ed un numero indefinito di video su Youtube aventi a che fare con l’ormai idolatrato universo culinario.

Per intenderci la nota serie tv Chef Tables su Netflix è stato per me una sorta di battesimo all’alta cucina e pura fonte di ispirazione per i miei primi passi in questo mondo.

Per non parlare poi della inusitata quantità di libri dello stesso tono che continuo impulsivamente ad acquistare pur di allargare i miei orizzonti da novello gastronomo.

Io durante il primo evento a firma Capetoste

Ma non è finita qui. Accanto alle “nozioni teoriche” ho da tempo cominciato a mettere in pratica quelle che sono le basi della cucina, cercando di appropriarmi in maniera più o meno sistematica dei fondamenti di questa che considero una vera e propria arte.

Per intenderci il momento del pranzo e della cena sono per me il banco di prova per misurarmi con quanto precedentemente visto, letto ed imparato.

Non si è fatto attendere neppure il desiderio di condividere questa nuova forma di passione/ossessione con il pubblico dei social network e senza usare in maniera sfacciata la mia identità, consapevole di un malcelato e narcisistico desiderio di visibilità, ho deciso di creare un profilo su ed e di battezzarlo “Capetoste”.

Qui ho cominciato a condividere in maniera più o meno continuativa tutti i miei esperimenti culinari, in una sorta di diario di bordo dove appunto i miei presunti progressi e gli incessanti nuovi interessi in fatto di cucina.

uno dei miei tanti esercizi sul gelato artigianale

In una sorta di involontario percorso formativo dove prima si acquisiscono le basi teoriche per poi passare alla loro applicazione pratica, il mio crescente ego ha preteso che mettessi fine a questi meri esercizi stilistici degni di un qualsiasi aspirante food blogger di provincia e cominciassi a confrontarmi con un pubblico vero e possibilmente pagante.

Da li, il passo verso l’organizzazione di alcuni eventi gastronomici a firma Capetoste è stato breve e devo dire che è andata meglio di quanto avessi immaginato. E per questo devo ringraziare i tanti amici che mi hanno supportato nella preparazione e realizzazione di questi eventi e che più in la avrò modo di presentarvi uno per uno.

Io e lo chef Marco Caputi in occasione dell’evento Grand Tour presso il ristorante Maeba

Lungi da me l’idea di essere diventato un cuoco, mi considero un semplice “entusiasta della cucina” e niente di più, ma l’adrenalina provata in occasione delle poche serate in cui sono stato protagonista ai fornelli mi ha regalato delle emozioni così forti da averne subito un profondo fascino.

Queste brevi esperienze mi hanno anche chiarito le idee su quanto sia difficile questo lavoro. Quella del cuoco è una professione tanto dura quanto ingenuamente o strumentalmente idolatrata e tanto mi è bastato per capire che non avrei mai potuto fare un mestiere del genere.

Ah, per la cronaca, mi guadagno da vivere facendo tutt’altro.

Va detto che della cucina non mi è mai interessato l’aspetto meramente “ricettistico”, intesa come esecuzione inconsapevole di singoli piatti, scelti magari a caso, seguendo gli umori o, peggio ancora, le mode del momento.

Viceversa mi ha sempre affascinato il concetto di “Arte culinaria”, quale complesso insieme di saperi attraverso cui i popoli hanno sviluppato e continuano a sviluppare la propria tradizione e cultura gastronomica.

Mi interessano sicuramente le regole fisico chimiche alla base delle tecniche di preparazione e cottura degli alimenti, vere responsabili della creazione di consistenze, aromi e sapori alla base dei piatti che quotidianamente siamo abituati a consumare.

Mi piace dunque considerare la cucina nella sua accezione più ampia, quella che investe i molteplici aspetti della nostra cultura e del sapere umano.

Cucinare per me significa inoltre sperimentare un diverso modo di “viaggiare” nel tempo e nello spazio. Scoprire i piatti appartenenti a culture di altri paesi vuol dire avvicinarsi a mondi lontani in cui spesso è possibile ravvisare elementi di similarità con la nostra cucina e quindi con la nostra cultura.

Io nella cucina del ristorante Issin Sushi Koyo durante il tour KANPAI con Cantina Giardino

La cucina per me è anche e soprattutto sinonimo di convivialità, ovvero occasione per poter condividere degli attimi di piacere insieme agli altri amplificando così la portata di un’esperienza individuale e collettiva allo stesso tempo.

Infine condivido pienamente l’idea per cui la preparazione di un buon pasto dovrebbe essere nient’altro che un atto d’amore del cuoco verso i propri commensali e che il piacere di questi ultimi dovrebbe coincidere con la gratificazione dell’intenso sforzo profuso dal primo.

Ecco, questo è quanto vi dovevo perchè voi sappiate qualcosa di più su di me e su Capetoste.

Nel prossimo capitolo vi racconterò di una bizzarra idea che da un po’ di tempo mi frulla per la testa e che prima o poi verrà alla luce, ma perchè ciò accada ho bisogno del vostro aiuto.

Travelling around good food

Travelling around good food