Cucinare al tempo della pandemia, appunti e riflessioni.

Era partita sotto i migliori auspici la prima serie di appuntamenti culinari nella “Fucina” che avevamo intitolato “Asian Connection”.

Quattro serate, tutte prenotate con largo anticipo, entusiasmo al massimo per le prime due cene andate nel migliore dei modi possibili, fino all’arrivo della maledetta “seconda ondata”.

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Avvisiamo la gentile clientela che la giostra si ferma fino a data da destinarsi, arrivederci e grazie.

Non siamo un ristorante, ma capiamo bene lo stato d’animo di chi in questi mesi ho dovuto abbassare la saracinesca della propria attività in attesa che tempi migliori arrivassero.

Il nostro, alla fine, è un semplice passatempo, ma dover interrompere sul più bello un progetto a cui abbiamo lavorato per quasi tre anni, proprio quando una semplice idea si stava finalmente trasformando in qualcosa di reale e tangibile è stato abbastanza frustrante.

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Fatto sta che, come tanti di voi, abbiamo dovuto accantonare i nostri progetti ed approfittare di queste settimane di isolamento forzato per fare qualche riflessione in più sul senso di quanto fatto fino ad ora e soprattutto sul senso dare a tutto ciò quando torneremo alla tanto desiderata normalità.

Alla fine questo lock-down, ha segnato per tutti una sorta di spartiacque tra ciò che è stato e ciò che sarà quando la pandemia sarà solo un lontano ricordo.

Ognuno di noi è chiamato a fare un po’ i conti con se stesso e capire se il bel castello di carte che ci eravamo fatti fino ad ora reggerà ancora per molto e se avrà ancora un valido motivo per essere conservato quando tutto sarà finito.

Qualcuno potrebbe chiedersi il perché di questa riflessione.

Il tempo che tutti noi stiamo vivendo ha messo in crisi le nostre certezze più solide, ha profondamente cambiato le nostre priorità e le nostre abitudini.

Quanti di voi si stanno chiedendo se saremo ancora gli stessi quando potremo tornare ad abbracciarci e stringerci la mano?

Quanto resterà delle nostre passioni, dei nostri interessi, dei nostri sogni e dei nostri progetti?

La pandemia ci ha messo di fronte ad uno specchio, ci costringe a metterci in discussione, a fare i conti con ciò che abbiamo fatto fino ad ora e su come vogliamo giocarci il nostro offuscato futuro.

Centra, centra.

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L’inattività forzata, l’impossibilità di proseguire sul percorso appena cominciato, ti pone nella condizione di dover riflettere sul senso che un progetto del genere possa avere nel prossimo futuro.

Sul valore nascosto che la condivisione di una esperienza culinaria in un vecchio scantinato di un piccolo paesino di provincia può avere per la propria piccola comunità.

La verità è che la fucina in questi mesi non si è mai fermata.

Accanto agli esercizi continui su preparazioni di diverso genere fatti in solitaria, la fucina si è involontariamente trasformata in una sorta di piccolo rifugio “carbonaro”.

Un incognito luogo di ritrovo per pochi amici intimi con cui, a cadenza settimanale, ci si ritrova in maniera discreta per interrompere il logorio di una settimana trascorsa in isolamento.

Potremmo dire che la fucina oggi ha assunto un ruolo di antidoto agli effetti depressivi di questo interminabile lock-down.

Una via di fuga per mantenere in equilibrio il bisogno ancestrale di socialità, condivisione e calore umano.

La preparazione dei piatti diventa un mero strumento terapeutico per tenere in piedi un equilibrio delicatissimo della nostra salute mentale quali animali sociali.

Ed in questo trovo una grandissima soddisfazione.

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Il cibo preparato e condiviso trova la sua massima espressione nel tenere in piedi dei legami emotivi ed affettivi in un periodo di imposta astinenza relazionale.

È vero, questo tipo di esperienza è limitato ad una strettissima cerchia di pochi intimi, ma è un esempio che ognuno di noi può mettere in pratica nella propria cerchia ristretta di relazioni per difendersi in tempi difficili come questi.

Ecco, il senso ritrovato della fucina forse è proprio questo, sul suo domani ci penseremo.

Travelling around good food